L'UNIONE SARDA - Economia: La disoccupazione riprende a correre
L’Italia migliora, la Sardegna no.
L’isola appare in controtendenza sul fronte dell’occupazione. Il tasso di disoccupazione, a livello nazionale, scende ai minimi dal ’93, mentre nell’ultimo trimestre del 2007 nella nostra regione si è registrato un consistente aumento dei disoccupati: a dicembre sono stati 18 mila in più rispetto a settembre. L’allarme lanciato dunque nei giorni scorsi da sindacati e imprese viene confermato dai dati dell’Istat sull’occupazione. Numeri che peraltro descrivono ancora un quadro pre-crisi, nel senso che fotografano la situazione al 31 dicembre del 2007, quando le turbolenze internazionali non avevano ancora investito in modo così violento i Paesi europei, rispolverando lo spettro della recessione.
È proprio di ieri la notizia che sia l’Ocse (Organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico) e il Fondo monetario internazionale hanno tagliato le stime di crescita per l’Italia: per il 2008 si è passati all’1,1% contro l’1,3% indicato nelle stime diffuse a dicembre (crescita del Pil dello 0,3% sia nel primo sia nel secondo trimestre di quest’anno).
Secondo il Fondo monetario internazionale il Pil italiano progredirà quest’anno dello 0,6%, ovvero 0,7 punti percentuali in meno rispetto alle previsioni ufficiali di ottobre scorso.
LA SARDEGNA. Per l’isola tuttavia la recessione, come denunciano i sindacati che chiedono una svolta alla Giunta Soru, sembra essere iniziata prima ancora del 2008. Almeno a vedere i dati dell’Istat sull’occupazione. Nonostante la media dell’anno scorso faccia segnare un 9,9% per quanto riguarda il tasso di disoccupazione, l’andamento del mercato del lavoro nell’ultimo trimestre dello scorso anno mostra una congiuntura molto negativa. Senza dimenticare, inoltre, che continuano a crescere le persone che si allontanano dal mercato del lavoro. Nel quarto trimestre del 2007, infatti, il tasso di disoccupazione in Sardegna ha toccato quota 11,2%, in crescita sia rispetto allo stesso periodo del 2006 (era al 10,6%), che al terzo trimestre dello scorso anno. Al 30 settembre, infatti, il tasso di disoccupazione in Sardegna aveva fatto segnare un 8,7%, diventato appunto 11,2% il 31 dicembre. Insomma, la disoccupazione riprende a correre soprattutto grazie all’incremento del numero delle donne che non trovano lavoro. La disoccupazione femminile, infatti, è passata dal 13% del dicembre 2006 al 15,7% della fine 2007 (sono cresciute di 7.000 unità le donne che cercano un lavoro). Gli occupati, nell’isola, sono circa 9.000 in meno rispetto allo stesso periodo del 2006, mentre sono oltre 11.0000 i posti di lavoro persi tra settembre e dicembre dello scorso anno. Continuano ad aumentare, di circa duemila unità, le persone che non cercano più un’occupazione (scoraggiati).
I SETTORI. La crisi dell’isola si riflette un po’ in tutti i settori produttivi. Se da un lato, segnala l’Istat, l’agricoltura migliora rispetto all’anno precedente, ma non nel confronto con il terzo trimestre del 2007, così come diminuisce l’occupazione anche nell’industria e resta stabile nelle costruzioni (sempre nello stesso periodo di riferimento), una vera e propria ecatombe di addetti si registra nei servizi. I posti persi sono oltre 24.000 e oltre 10.000 riguardano il settore del commercio in senso stretto. Insomma, la rincorsa non c’è e la Sardegna continua a soffrire. E non poco.
IL DATO ITALIANO. Il confronto con il resto del Paese, inoltre, è impietoso. Alla fine del 2007, infatti, il tasso di disoccupazione è sceso ai livelli minimi dal ’93. Di contro, aumentano i disoccupati tra i giovani dopo un biennio positivo, ed è record di donne inattive al Sud: 4,5 milioni. Alla crescita dell’occupazione in tutto il Paese hanno contribuito in modo determinante soprattutto gli immigrati. L’Istat rileva che aumenta il numero degli occupati nel quarto trimestre 2007: un incremento dell’1,3%, pari a 308.000 occupati in più dall’ultimo trimestre 2006 all’ultimo trimestre 2007. Nella media annua, si registra un +1% dell’occupazione, pari a 234.000 unità in più rispetto al 2006. Tanto che scende al 6,1% il tasso annuo di disoccupazione (dal 6,8% del 2006). E su questo dato influisce positivamente il Mezzogiorno. Cresce tuttavia anche il numero degli inattivi in età produttiva: +1,1% la media 2007. Anche se gli immigrati sono determinanti per chiudere l’anno con un andamento positivo, nonostante il tasso di disoccupazione giovanile sia aumentato dal 22,6% del quarto trimestre 2006 all’attuale 23,2%.
19 marzo 2008
Senza lavoro più di 160000 Sardi
L'UNIONE SARDA - Economia: «Senza lavoro più di 160 mila sardi»
La Cisl denuncia la crisi dell'occupazione nell'isola
Ieri la Cisl ha presentato il manifesto per il lavoro, documento che contiene le strategie per superare la crisi nell'isola. Meno precariato e più occupazione. Sono questi gli obiettivi del manifesto per il lavoro della Cisl Sardegna, documento illustrato ieri a Cagliari dal segretario generale Mario Medde, alla presenza di Giorgio Santini, il segretario confederale del sindacato. Nell'isola la contabilità della crisi è allarmante.
I NUMERI Sono oltre 160 mila - secondo la Cisl - i sardi delusi che non riescono a trovare un posto. Anche l'avviamento al lavoro fotografa uno scenario cupo. Dal primo trimestre 2006 al terzo trimestre 2007, l'80% delle assunzioni è avvenuto attraverso contratti a tempo determinato: solo nel periodo compreso tra luglio e settembre dello scorso anno, su 23.273 persone assunte, poco meno di 18.000 hanno trovato un'occupazione a scadenza. E non è tutto. Altri dati presentati ieri dalla Cisl gettano luce sulle difficoltà dell'industria isolana: oggi 5.000 lavoratori si trovano in cassa integrazione e mobilità in deroga, con stipendi mensili che non raggiungono i 1000 euro. Ma l'elenco non è finito. I bassi salari, e di conseguenza le pensioni, sono un'altra caratteristica della Sardegna, dove si registrano, come nel Sud Italia, 22 punti percentuali in meno rispetto alle aree del Centro-Nord.
LA DISOCCUPAZIONE Il disagio è vissuto soprattutto dai giovani e dalle donne. «Nel primo caso», si legge nel documento della Cisl, presentato da Mario Medde, «il tasso di disoccupazione in Sardegna è del 32,6%, pari a quasi 20 punti percentuali in più rispetto a quello medio nazionale, mentre tra le donne si attesta al 38,6%, ben lontano dal 24% rilevato nel resto d'Italia». E la distanza appare ancora maggiore se come metro di riferimento si utilizzano gli obiettivi di Lisbona (tasso di occupazione al 70% entro il 2010 in Europa). «È un lungo cammino che deve iniziare con l'incentivazione delle assunzioni nel Mezzogiorno», commenta Giorgio Santini. In che modo? «Il prossimo governo dovrà puntare sui crediti d'imposta per l'occupazione, sul raccordo fra formazione e lavoro, e su politiche di sviluppo serie e durature». LE PRIORITÀ Insomma, le difficoltà del mercato del lavoro sono al primo posto nella agenda della Cisl. Il sindacato sardo, in linea con la posizione di Giorgio Santini, ha riassunto in sei direttrici la strategia per invertire la tendenza negativa: politiche di sviluppo, piena occupazione, capitale umano, sistemi di istruzione, formazione e orientamento, pari opportunità e rafforzamento dei servizi presidenziali, assistenziali e di welfare. Sei punti da cui avviare un processo di cambiamento «che generi», sottolinea Mario Medde, «più quantità e qualità dei posti di lavoro». Secondo il leader regionale della Cisl, «i ritardi dell'economia e della società sarda non sono dovuti, come sostengono alcuni, al peso abnorme del costo del lavoro e della spesa sociale, ma alla scarsa produttività del sistema, che penalizza fortemente il capitale umano e sociale, oltre alla poca capacità di innovazione e all'inconsistenza dei servizi alle imprese».
LA CRISI Ma i problemi del lavoro, dei redditi e della povertà in generale hanno un comune denominatore: la crisi economica. «Dal 2003 al 2006», precisa Medde, «il Pil regionale è cresciuto appena dello 0,57% all'anno, la metà di quello nazionale (+1,05%). Tutti i settori produttivi, ricorda il numero uno della Cisl, cedono il passo. Nell'agricoltura il valore aggiunto (ovvero la produzione annua di nuovi beni e servizi) diminuisce del 2,5% all'anno, mentre in Italia aumenta dell'1,9%. In flessione (-0,6%) anche il valore aggiunto dell'industria manifatturiera e delle costruzioni (-0,9%). Stesso discorso per il turismo, che registra un calo delle presenze - fra il 2003 e il 2006 - pari allo 0,1%, in controtendenza rispetto al dato nazionale (+2,6%).
LA FINANZIARIA Infine, sul fronte del lavoro, la Regione ha attuato l'articolo 6 della legge finanziaria regionale 2008 sulle nuove politiche per l'occupazione. La Giunta ha approvato il bilancio dell'Agenzia regionale del lavoro, con oltre 60 milioni di euro, e ha dato anche l'ok alla costituzione del fondo regionale per gli ammortizzatori sociali a favore dei lavoratori colpiti da licenziamenti o sospensioni di lavoro. Il fondo, inizialmente, sarà alimentato con 3 milioni di euro.
LANFRANCO OLIVIERI - L'Unione Sarda 19/03/2008
La Cisl denuncia la crisi dell'occupazione nell'isola
Ieri la Cisl ha presentato il manifesto per il lavoro, documento che contiene le strategie per superare la crisi nell'isola. Meno precariato e più occupazione. Sono questi gli obiettivi del manifesto per il lavoro della Cisl Sardegna, documento illustrato ieri a Cagliari dal segretario generale Mario Medde, alla presenza di Giorgio Santini, il segretario confederale del sindacato. Nell'isola la contabilità della crisi è allarmante.
I NUMERI Sono oltre 160 mila - secondo la Cisl - i sardi delusi che non riescono a trovare un posto. Anche l'avviamento al lavoro fotografa uno scenario cupo. Dal primo trimestre 2006 al terzo trimestre 2007, l'80% delle assunzioni è avvenuto attraverso contratti a tempo determinato: solo nel periodo compreso tra luglio e settembre dello scorso anno, su 23.273 persone assunte, poco meno di 18.000 hanno trovato un'occupazione a scadenza. E non è tutto. Altri dati presentati ieri dalla Cisl gettano luce sulle difficoltà dell'industria isolana: oggi 5.000 lavoratori si trovano in cassa integrazione e mobilità in deroga, con stipendi mensili che non raggiungono i 1000 euro. Ma l'elenco non è finito. I bassi salari, e di conseguenza le pensioni, sono un'altra caratteristica della Sardegna, dove si registrano, come nel Sud Italia, 22 punti percentuali in meno rispetto alle aree del Centro-Nord.
LA DISOCCUPAZIONE Il disagio è vissuto soprattutto dai giovani e dalle donne. «Nel primo caso», si legge nel documento della Cisl, presentato da Mario Medde, «il tasso di disoccupazione in Sardegna è del 32,6%, pari a quasi 20 punti percentuali in più rispetto a quello medio nazionale, mentre tra le donne si attesta al 38,6%, ben lontano dal 24% rilevato nel resto d'Italia». E la distanza appare ancora maggiore se come metro di riferimento si utilizzano gli obiettivi di Lisbona (tasso di occupazione al 70% entro il 2010 in Europa). «È un lungo cammino che deve iniziare con l'incentivazione delle assunzioni nel Mezzogiorno», commenta Giorgio Santini. In che modo? «Il prossimo governo dovrà puntare sui crediti d'imposta per l'occupazione, sul raccordo fra formazione e lavoro, e su politiche di sviluppo serie e durature». LE PRIORITÀ Insomma, le difficoltà del mercato del lavoro sono al primo posto nella agenda della Cisl. Il sindacato sardo, in linea con la posizione di Giorgio Santini, ha riassunto in sei direttrici la strategia per invertire la tendenza negativa: politiche di sviluppo, piena occupazione, capitale umano, sistemi di istruzione, formazione e orientamento, pari opportunità e rafforzamento dei servizi presidenziali, assistenziali e di welfare. Sei punti da cui avviare un processo di cambiamento «che generi», sottolinea Mario Medde, «più quantità e qualità dei posti di lavoro». Secondo il leader regionale della Cisl, «i ritardi dell'economia e della società sarda non sono dovuti, come sostengono alcuni, al peso abnorme del costo del lavoro e della spesa sociale, ma alla scarsa produttività del sistema, che penalizza fortemente il capitale umano e sociale, oltre alla poca capacità di innovazione e all'inconsistenza dei servizi alle imprese».
LA CRISI Ma i problemi del lavoro, dei redditi e della povertà in generale hanno un comune denominatore: la crisi economica. «Dal 2003 al 2006», precisa Medde, «il Pil regionale è cresciuto appena dello 0,57% all'anno, la metà di quello nazionale (+1,05%). Tutti i settori produttivi, ricorda il numero uno della Cisl, cedono il passo. Nell'agricoltura il valore aggiunto (ovvero la produzione annua di nuovi beni e servizi) diminuisce del 2,5% all'anno, mentre in Italia aumenta dell'1,9%. In flessione (-0,6%) anche il valore aggiunto dell'industria manifatturiera e delle costruzioni (-0,9%). Stesso discorso per il turismo, che registra un calo delle presenze - fra il 2003 e il 2006 - pari allo 0,1%, in controtendenza rispetto al dato nazionale (+2,6%).
LA FINANZIARIA Infine, sul fronte del lavoro, la Regione ha attuato l'articolo 6 della legge finanziaria regionale 2008 sulle nuove politiche per l'occupazione. La Giunta ha approvato il bilancio dell'Agenzia regionale del lavoro, con oltre 60 milioni di euro, e ha dato anche l'ok alla costituzione del fondo regionale per gli ammortizzatori sociali a favore dei lavoratori colpiti da licenziamenti o sospensioni di lavoro. Il fondo, inizialmente, sarà alimentato con 3 milioni di euro.
LANFRANCO OLIVIERI - L'Unione Sarda 19/03/2008
1 marzo 2008
La fuga del Made in Italy
di Alberto Grimelli (FONTE)
Il sistema agroalimentare nazionale è florido, in salute, ha un’immagine vincente sui mercati internazionali, ma è sempre meno italiano.Molti importanti marchi agroalimentari sono finiti nelle mani di multinazionali o di imprese straniere. Di per sé questo fatto non è una male. Se la nostra classe dirigente e imprenditoriale non è in grado di gestire proficuamente italianissimi brand, è giusto che siano altri manager, altri Board a farlo e a trarne ottimi guadagni.Un campanello d’allarme, forte e chiaro, suona però quando le aziende agroalimentari, siano italiane o estere, vogliono cessare alcune attività produttive o cedere alcuni propri stabilimenti in Italia.Il nostro Paese attrae pochi investimenti e sono diverse le multinazionali che hanno manifestato preoccupazioni per l’instabilità politica e le condizioni sociali e economiche in Italia.In alcuni casi, come per la Coca Cola, tale apprensione si traduce in dichiarazioni e comunicati stampa, in altri nella chiusura o vendita di siti produttivi.E’ il caso, recentemente, della Buitoni di Sansepolcro (AR) e dell’Algida di Cagliari.Talvolta questi stabilimenti vengono acquisiti da altre aziende agroalimentari, una normale dinamica di mercato, ma la guardia va mantenuta alta. Occorre vigilare perché questa fuga dall’Italia non rappresenti una fuga dal Made in Italy. L’immagine del cibo e della gastronomia italiana nel mondo è trionfante, costruita attraverso un lungo lavoro di marketing e di promozione, e fondata, specie sui mercati emergenti, sui nostri grandi marchi.Dopo il grande lavoro di penetrazione commerciale operata da brand quali i già citati Buitoni o Algida, italianissime piccole e medie imprese con prodotti di qualità e tipici hanno acquisito importanti quote di mercato, rafforzando l’immagine del Made in Italy a beneficio anche dei grandi marchi.Un circolo virtuoso, una catena che però rischia di spezzarsi a causa della debolezza di uno dei suoi anelli.Se, infatti, i grandi marchi sono sempre meno italiani, non solo perché in mani straniere ma anche a causa della delocalizzazione delle produzioni, fino a quando l’immagine del nostro Made in Italy agroalimentare resterà vincente?
2 febbraio 2008
E IO CHIUDO!

Si infoltisce il numero di aziende alimentari che decidono di abbandonare le produzioni nel nostro paese
La Cirio di Caivano, la Buitoni di Sansepolcro, l’Eridania Sadam di Jesi,l’Unilever di Cagliari, si infoltisce ogni giorno di più l’elenco delle aziende agro-alimentari che vogliono cessare alcune attività produttive o che vogliono cedere alcuni propri stabilimenti, l’industria alimentare è da sempre soggetta a questo tipo di dinamiche e negli anni ha visto importanti chiusure di stabilimenti per motivi di varia natura.
Occorre considerare che l’agro-alimentare italiano è un settore vivo e fortemente competitivo sui mercati internazionali anche grazie alla qualità delle sue produzioni ed è per questo un settore appetibile da imprenditori e finanzieri di tutto il mondo che lo hanno trasformato negli anni in un vero e proprio terreno di conquista. In Italia, infatti, operano molte multinazionali alimentari tra cui le più note sono Nestlè, Coca-Cola e Unilever. Da Nestlè è arrivata la decisione di cedere al miglior offerente il sito produttivo di Sansepolcro, nella provincia di Arezzo, dove si producono pasta e fette biscottate sotto il marchio Buitoni dal momento in cui esso non rientrava più nelle strategie di mercato del gruppo svizzero. Il settore della pasta e del bakery occupa importanti quote di mercato nel nostro paese e vede già fortemente attivi numerosi gruppo industriali che, ovviamente, hanno già fatto sapere del proprio interessamento per l’azienda toscana. In prima fila in queste ore c’è il gruppo Colussi che ha formalmente presentato un’offerta corredata di piano industriale. Il piano industriale è, infatti, la condizione posta dalle organizzazioni sindacali e dalla Flai-Cgil perché sia possibile portare a termine un’operazione di cessione. Anche dalla direzione di Nestlè Italia hanno assicurato che tutto dovrà avvenire tenendo conto dell’impatto sociale dell’operazione stessa, che dovrà necessariamente tenere in considerazione e salvaguardare il capitale umano costituito dai lavoratori.
Non ha intenzione per il momento di chiudere o cedere stabilimenti la Coca-Cola che però nei giorni scorsi ha reso note tutte le sue preoccupazioni per l’instabilità politica del nostro paese. Questa, insieme all’accesa conflittualità con le parti sociali, sarebbe la motivazione, secondo Coca-Cola, che tiene lontani dall’Italia i capitali stranieri e impedisce al nostro paese un sano sviluppo economico-finanziario.
Un pensiero simile devono averlo fatto a Rottherdam i vertici del gruppo Unilever, che in Italia gestisce marchi chimico-alimentari come Algida, Findus e Colgate.
La multinazionale olandese ha così deciso di voler «razionalizzare» le sue produzioni in Italia e di chiudere lo stabilimento di Cagliari, dove si producevano i gelati Algida.
Altra storia è quella che riguarda il sito di Conserve Italia di Caivano, in provincia di Napoli, dove si producono conserve vegetali per il marchio Cirio. La vicenda di Cirio è a tutti nota e il gruppo uscito dal crack è riuscito a sopravvivere anche grazie ad imprese come Conserve Italia che hanno deciso di acquisire alcuni suoi siti produttivi e di gestirne il marchio. Era, infatti, questo l’accordo fatto col gruppo alimentare bolognese che doveva garantire una continuità produttiva e una stabilità occupazionale ai lavoratori del sito di Caivano. Accordo che ora viene disatteso e stralciato in nome del «dio denaro». Caivano ha un costo di gestione troppo elevato secondo Conserve Italia e la sua cessione potrà essere utile a risanare i conti del gruppo, che sono drammaticamente in rosso. Ha poca importanza se il sito di Caivano è da sempre uno dei più produttivi del gruppo e se è situato nel mezzogiorno. Per non abbandonare il sud d’Italia Conserve Italia ha, infatti, scelto il sito pugliese di Mesagne, con buona pace dei lavoratori di Caivano.
Infine altrettanto drammatica è la situazione dell’Eridania Sadam di Jesi. L’ormai ex zuccherificio rientrava in quei sei stabilimenti che potevano continuare la produzione di zucchero nel nostro paese a seguito della scellerata riforma europea dell’Ocm. La mancata campagna di bietola da zucchero da parte delle organizzazioni agricole ha portato Eridania Sadam a bloccare le produzioni e ad annunciare al mondo che non produrrà più zucchero. In extremis e per garantire un futuro occupazionale ai lavoratori di Jesi è stato approntato un piano di riconversione del sito che sembra scendere come una manna dal cielo. Rimane la delusione e lo sgomento per una scelta industriale del tutto incomprensibile e che sembra voler condannare per sempre il nostro paese all’importazione di zucchero da paesi terzi.
In questo quadro di desolazione industriale la situazione di instabilità politica che il nostro paese sta vivendo in queste ore di certo non semplifica le cose. Forse non è un caso che buona parte delle operazioni di chiusura, dismissione o cessione di siti produttivi siano avvenute proprio in questo periodo nel quale da parte governativa manca quel supervisore che più volte è sceso in campo a mediare per trovare accordi che soddisfacessero tanto la parte industriale quanto quella del lavoro dipendente.
Occorre considerare che l’agro-alimentare italiano è un settore vivo e fortemente competitivo sui mercati internazionali anche grazie alla qualità delle sue produzioni ed è per questo un settore appetibile da imprenditori e finanzieri di tutto il mondo che lo hanno trasformato negli anni in un vero e proprio terreno di conquista. In Italia, infatti, operano molte multinazionali alimentari tra cui le più note sono Nestlè, Coca-Cola e Unilever. Da Nestlè è arrivata la decisione di cedere al miglior offerente il sito produttivo di Sansepolcro, nella provincia di Arezzo, dove si producono pasta e fette biscottate sotto il marchio Buitoni dal momento in cui esso non rientrava più nelle strategie di mercato del gruppo svizzero. Il settore della pasta e del bakery occupa importanti quote di mercato nel nostro paese e vede già fortemente attivi numerosi gruppo industriali che, ovviamente, hanno già fatto sapere del proprio interessamento per l’azienda toscana. In prima fila in queste ore c’è il gruppo Colussi che ha formalmente presentato un’offerta corredata di piano industriale. Il piano industriale è, infatti, la condizione posta dalle organizzazioni sindacali e dalla Flai-Cgil perché sia possibile portare a termine un’operazione di cessione. Anche dalla direzione di Nestlè Italia hanno assicurato che tutto dovrà avvenire tenendo conto dell’impatto sociale dell’operazione stessa, che dovrà necessariamente tenere in considerazione e salvaguardare il capitale umano costituito dai lavoratori.
Non ha intenzione per il momento di chiudere o cedere stabilimenti la Coca-Cola che però nei giorni scorsi ha reso note tutte le sue preoccupazioni per l’instabilità politica del nostro paese. Questa, insieme all’accesa conflittualità con le parti sociali, sarebbe la motivazione, secondo Coca-Cola, che tiene lontani dall’Italia i capitali stranieri e impedisce al nostro paese un sano sviluppo economico-finanziario.
Un pensiero simile devono averlo fatto a Rottherdam i vertici del gruppo Unilever, che in Italia gestisce marchi chimico-alimentari come Algida, Findus e Colgate.
La multinazionale olandese ha così deciso di voler «razionalizzare» le sue produzioni in Italia e di chiudere lo stabilimento di Cagliari, dove si producevano i gelati Algida.
Altra storia è quella che riguarda il sito di Conserve Italia di Caivano, in provincia di Napoli, dove si producono conserve vegetali per il marchio Cirio. La vicenda di Cirio è a tutti nota e il gruppo uscito dal crack è riuscito a sopravvivere anche grazie ad imprese come Conserve Italia che hanno deciso di acquisire alcuni suoi siti produttivi e di gestirne il marchio. Era, infatti, questo l’accordo fatto col gruppo alimentare bolognese che doveva garantire una continuità produttiva e una stabilità occupazionale ai lavoratori del sito di Caivano. Accordo che ora viene disatteso e stralciato in nome del «dio denaro». Caivano ha un costo di gestione troppo elevato secondo Conserve Italia e la sua cessione potrà essere utile a risanare i conti del gruppo, che sono drammaticamente in rosso. Ha poca importanza se il sito di Caivano è da sempre uno dei più produttivi del gruppo e se è situato nel mezzogiorno. Per non abbandonare il sud d’Italia Conserve Italia ha, infatti, scelto il sito pugliese di Mesagne, con buona pace dei lavoratori di Caivano.
Infine altrettanto drammatica è la situazione dell’Eridania Sadam di Jesi. L’ormai ex zuccherificio rientrava in quei sei stabilimenti che potevano continuare la produzione di zucchero nel nostro paese a seguito della scellerata riforma europea dell’Ocm. La mancata campagna di bietola da zucchero da parte delle organizzazioni agricole ha portato Eridania Sadam a bloccare le produzioni e ad annunciare al mondo che non produrrà più zucchero. In extremis e per garantire un futuro occupazionale ai lavoratori di Jesi è stato approntato un piano di riconversione del sito che sembra scendere come una manna dal cielo. Rimane la delusione e lo sgomento per una scelta industriale del tutto incomprensibile e che sembra voler condannare per sempre il nostro paese all’importazione di zucchero da paesi terzi.
In questo quadro di desolazione industriale la situazione di instabilità politica che il nostro paese sta vivendo in queste ore di certo non semplifica le cose. Forse non è un caso che buona parte delle operazioni di chiusura, dismissione o cessione di siti produttivi siano avvenute proprio in questo periodo nel quale da parte governativa manca quel supervisore che più volte è sceso in campo a mediare per trovare accordi che soddisfacessero tanto la parte industriale quanto quella del lavoro dipendente.
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