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2 febbraio 2008

E IO CHIUDO!




Si infoltisce il numero di aziende alimentari che decidono di abbandonare le produzioni nel nostro paese








La Cirio di Caivano, la Buitoni di Sansepolcro, l’Eridania Sadam di Jesi,l’Unilever di Cagliari, si infoltisce ogni giorno di più l’elenco delle aziende agro-alimentari che vogliono cessare alcune attività produttive o che vogliono cedere alcuni propri stabilimenti, l’industria alimentare è da sempre soggetta a questo tipo di dinamiche e negli anni ha visto importanti chiusure di stabilimenti per motivi di varia natura.

Occorre considerare che l’agro-alimentare italiano è un settore vivo e fortemente competitivo sui mercati internazionali anche grazie alla qualità delle sue produzioni ed è per questo un settore appetibile da imprenditori e finanzieri di tutto il mondo che lo hanno trasformato negli anni in un vero e proprio terreno di conquista. In Italia, infatti, operano molte multinazionali alimentari tra cui le più note sono Nestlè, Coca-Cola e Unilever. Da Nestlè è arrivata la decisione di cedere al miglior offerente il sito produttivo di Sansepolcro, nella provincia di Arezzo, dove si producono pasta e fette biscottate sotto il marchio Buitoni dal momento in cui esso non rientrava più nelle strategie di mercato del gruppo svizzero. Il settore della pasta e del bakery occupa importanti quote di mercato nel nostro paese e vede già fortemente attivi numerosi gruppo industriali che, ovviamente, hanno già fatto sapere del proprio interessamento per l’azienda toscana. In prima fila in queste ore c’è il gruppo Colussi che ha formalmente presentato un’offerta corredata di piano industriale. Il piano industriale è, infatti, la condizione posta dalle organizzazioni sindacali e dalla Flai-Cgil perché sia possibile portare a termine un’operazione di cessione. Anche dalla direzione di Nestlè Italia hanno assicurato che tutto dovrà avvenire tenendo conto dell’impatto sociale dell’operazione stessa, che dovrà necessariamente tenere in considerazione e salvaguardare il capitale umano costituito dai lavoratori.
Non ha intenzione per il momento di chiudere o cedere stabilimenti la Coca-Cola che però nei giorni scorsi ha reso note tutte le sue preoccupazioni per l’instabilità politica del nostro paese. Questa, insieme all’accesa conflittualità con le parti sociali, sarebbe la motivazione, secondo Coca-Cola, che tiene lontani dall’Italia i capitali stranieri e impedisce al nostro paese un sano sviluppo economico-finanziario.
Un pensiero simile devono averlo fatto a Rottherdam i vertici del gruppo Unilever, che in Italia gestisce marchi chimico-alimentari come Algida, Findus e Colgate.
La multinazionale olandese ha così deciso di voler «razionalizzare» le sue produzioni in Italia e di chiudere lo stabilimento di Cagliari, dove si producevano i gelati Algida.
Altra storia è quella che riguarda il sito di Conserve Italia di Caivano, in provincia di Napoli, dove si producono conserve vegetali per il marchio Cirio. La vicenda di Cirio è a tutti nota e il gruppo uscito dal crack è riuscito a sopravvivere anche grazie ad imprese come Conserve Italia che hanno deciso di acquisire alcuni suoi siti produttivi e di gestirne il marchio. Era, infatti, questo l’accordo fatto col gruppo alimentare bolognese che doveva garantire una continuità produttiva e una stabilità occupazionale ai lavoratori del sito di Caivano. Accordo che ora viene disatteso e stralciato in nome del «dio denaro». Caivano ha un costo di gestione troppo elevato secondo Conserve Italia e la sua cessione potrà essere utile a risanare i conti del gruppo, che sono drammaticamente in rosso. Ha poca importanza se il sito di Caivano è da sempre uno dei più produttivi del gruppo e se è situato nel mezzogiorno. Per non abbandonare il sud d’Italia Conserve Italia ha, infatti, scelto il sito pugliese di Mesagne, con buona pace dei lavoratori di Caivano.
Infine altrettanto drammatica è la situazione dell’Eridania Sadam di Jesi. L’ormai ex zuccherificio rientrava in quei sei stabilimenti che potevano continuare la produzione di zucchero nel nostro paese a seguito della scellerata riforma europea dell’Ocm. La mancata campagna di bietola da zucchero da parte delle organizzazioni agricole ha portato Eridania Sadam a bloccare le produzioni e ad annunciare al mondo che non produrrà più zucchero. In extremis e per garantire un futuro occupazionale ai lavoratori di Jesi è stato approntato un piano di riconversione del sito che sembra scendere come una manna dal cielo. Rimane la delusione e lo sgomento per una scelta industriale del tutto incomprensibile e che sembra voler condannare per sempre il nostro paese all’importazione di zucchero da paesi terzi.
In questo quadro di desolazione industriale la situazione di instabilità politica che il nostro paese sta vivendo in queste ore di certo non semplifica le cose. Forse non è un caso che buona parte delle operazioni di chiusura, dismissione o cessione di siti produttivi siano avvenute proprio in questo periodo nel quale da parte governativa manca quel supervisore che più volte è sceso in campo a mediare per trovare accordi che soddisfacessero tanto la parte industriale quanto quella del lavoro dipendente.