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13 giugno 2008

Il grido di dolore dell'Industria Sarda




Crolla l'utilizzo degli impianti, seimila lavoratori “in sofferenza”.


Si fanno sempre più preoccupanti i numeri della crisi industriale in Sardegna. L'allarme dei sindacati. Un esercito di seimila sardi vede ombre allungate sul proprio posto di lavoro, mentre sfiora quota duemilaottocento l'elenco di chi fa già i conti con una cassa integrazione agli sgoccioli. Trentasei aziende annaspano e una fetta sempre più consistente di impianti (dal 33 al 40 per cento) rischia di finire sepolta dalla ruggine un po' in tutta l'Isola. I numeri fotografano la stagione nerissima dell'industria sarda. Il peso del settore secondario sul prodotto interno lordo della Sardegna sta scivolando su percentuali sempre più basse (15 per cento), che si ritrovano ben al di sotto della media nazionale (25 per cento) e sono lontane anni luce dalla quota del Nord (33 per cento). L'APPELLO DEI SINDACATI I sindacati confederali fanno fatica a intravedere tempi più clementi per un'industria sempre più alle prese con i disagi dell'insularità e di una competitività che non tiene il passo con le aree produttive emergenti del mondo globalizzato . Da qui la rincorsa a un nuovo confronto Stato-Regione che riprenda il discorso sull'energia aperto un anno fa (10 luglio: interfaccia del Governo era Enrico Letta, sponda centrosinistra). La lettera appena spedita da Cgil, Cisl e Uil a Gianni Letta, nuovo inquilino di Palazzo Chigi (zio del predecessore, ma espresso dal centrodestra di Berlusconi), chiede tempi certi per un nuovo incontro con i sindacati, ma anche con la Regione. ENERGIA E TRASPORTI «I nodi dell'energia e del trasporto merci devono essere affrontati in tempi rapidissimi per provare a salvare il salvabile», sottolinea Piero Cossu, responsabile dell'industria nella segreteria della Cgil. «Non è possibile andare avanti con un divario tra le tariffe energetiche che affossa le aziende sarde. La spesa è superiore in media del venti per cento rispetto agli impianti industriali della Penisola». E i tempi folli del petrolio proiettato verso quota duecento dollari al barile (previsioni degli esperti) potrebbero davvero spalancare le porte al disastro. Anche se Cossu ipotizza vantaggi inattesi «ma ancora da dimostrare» alla prova dei fatti: «L'impennata del petrolio potrebbe rilanciare il carbone del Sulcis come fonte d'energia». Nel mirino c'è anche il trasporto merci: «Serve una continuità territoriale vera perché la nostra industria possa difendere i proprio prodotti», fa notare il sindacalista della Cgil. «Altrimenti ci troveremo davanti a paradossi come quelli della Keller, che ha commesse da 400 milioni per l'Iran ma non riesce a sostenere i costi del trasporto dopo la scelta della Ferrovie dello Stato di cancellare il trasporto merci su rotaia nell'Isola». SOLUZIONI RADICALI Il segretario aggiunto della Uil Michele Calledda invoca risposte concrete dal Governo: «Purtroppo stiamo vivendo una situazione di debolezza in tutti i settori produttivi. Si deve fare il possibile per consolidare almeno l'esistente». Indispensabile «il rinnovo» dell'intesa istituzionale Stato-Regione, «con l'attuazione dell'accordo sulla chimica sottoscritto nel luglio del 2003». Nei piani dei sindacati c'è sempre l'attenzione rivolta verso un accordo di programma a sostegno delle attività produttive, soprattutto alla luce delle triangolazioni con Regione e Governo del 2006 e del 2007. Si confida così nella localizzazione di «imprese di eccellenza», di industrie elettromeccaniche e di industrie innovative. «Ma serve anche un piano di sostegno per il tessile, l'agroalimentare e la nautica», osserva Giovanni Matta, responsabile dell'industria della Cisl. «Su questa strada potrà avvenire un rilancio, sempre che la Regione dia un seguito ai proclami del 6 giugno del 2007, quando è stato annunciato il pacchetto per il rilancio dell'industria». D'altronde «abbiamo trentasei aziende in bilico e soltanto una cura d'urto potrà raddrizzare il destino di un settore vitale per la vita economica della Sardegna». GIULIO ZASSO