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6 ottobre 2008

A tavola il made in Italy parla straniero




Un paio di anni fa il colosso angloolandese Unilever ha venduto le sue attività europee nel settore dei surgelati. Un comparto, come hanno spiegato più volte i vertici della multinazionale, estraneo al «core business» aziendale. Meglio cedere tutto, quindi, compreso lo storico marchio Findus, portando a casa una sostanziosa plusvalenza. E così avvenne. un bell’assegno da 1.725 milioni di euro firmato dal fondo Permira e oplà: l’operazione era conclusa. A finire nel portafoglio di Permira furono i surgelati di Austria, Belgio, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Olanda, Portogallo e Regno Unito. Al contrario il marchio Findus con le attività italiane rimase alla casa madre.Adesso, però, le cose starebbero cambiando e la Findus italiana, secondo alcune indiscrezioni di mercato, seccamente smentite però da Unilever, sarebbe in vendita. A bloccare nel 2006 la cessione a Permira furono due elementi. Il primo riguardava la stretta connessione, all’interno della catena logistica del freddo, fra le attività di Algida (marchio incedibile da Unilever, presente in decine di paesi con ottimi risultati) e quelle di Findus. Quanto al secondo era connesso da una parte al prestigio del management Findus all’interno del gruppo Unilever. E dall’altra all’importanza del brand sul mercato italiano e ai risultati economici raggiunti. E adesso? Oggi i vertici del gruppo, come sottolineano le nostre fonti, a fronte di un prezzo adeguato, sarebbero più propensi a vendere. Prendiamo i numeri di Unilever a livello mondiale: 40,2 miliardi di euro di fatturato nel 2007, di cui oltre 21,5 miliardi nell’alimentare e il resto nel settore dell’igiene per la persona e per la casa. E confrontiamoli, questi numeri, con i ricavi di Findus, stimati attorno ai 750 milioni di euro, (Unilever non fornisce questi dati). Insomma, salta all’occhio che la flotta di «Capitan Findus», per quanto onusta di gloria, conta per il 2% sui ricavi complessivi. All’interno di una strategia globale, dunque, la vendita di Findus sarebbe la scelta migliore. Anche perché la redditività del comparto non sarebbe più quella di una volta. E con questi chiari di luna, con le borse mondiali sotto tiro, gli analisti adorano le società liquide. Ovviamente questo discorso tiene a patto di avere degli acquirenti potenziali fra le mani. In questo quadro i compratori potenziali di Findus, quelli con cui sarebbe in corso un delicato lavoro preliminare di diplomazie pronte a tastare il polso alla controparte, sarebbero almeno due. A cominciare dal fondo Permira che grazie alla Findus italiana potrebbe completare la sua offerta a livello europeo nel settore dei surgelati. Mentre il secondo partner potenziale dovrebbe essere la francese Bonduelle che acquistò alcuni anni fa le attività spagnole di Nestlè nel settore del freddo. Al contrario è da escludersi che sia della partita Orogel (vedi scheda in pagina), cioè il maggior produttore italiano del comparto.Certo, è presto per dire se i contatti riservati fra Unilever e i potenziali acquirenti andranno in porto. Tuttavia da una parte non dobbiamo sottovalutare che per le multinazionali del comparto alimentare concentrarsi nel core business è diventato un elemento centrale della propria strategia. Mentre dall’altra vale la pena ricordare che Unilever sta già marciando da tempo su questo binario. E adesso sembra accelerare la sua andatura.L’ultima mossa è avvenuta questa estate quando Unilever è uscita dal settore dell’olio oliva cedendo per 630 milioni di euro l’olio Bertolli al gruppo madrileno Sos Cuetara. In particolare Sos Cuetara ha ottenuto la licenza d’uso mondiale per le categorie olio e aceto balsamico, oltre ai marchi Maya, Dante, San Giorgio e allo stabilimento di Inveruno, vicino Milano. In effetti si tratta di un bel boccone perché l’insieme di queste attività e di questi brand è stata in grado di generare un fatturato 2007 di 380 milioni di euro con un margine operativo lordo pro forma di 60 milioni. Al contrario Unilever manterrà tutti gli altri prodotti a marchio Bertolli dalla margarina ai condimenti per la pasta. Pochi giorni fa la Sos Cuetara ha annunciato la volontà di quotare in Borsa le attività italiane nell’olio d’oliva. Un’operazione che non si limita all’olio Bertolli ma comprende gli altri marchi acquistati in precedenza dagli spagnoli. E’ il caso della Carapelli rilevata nel 2005 oltre che di Sasso e Minerva Oli comprate l’anno precedente. Risultato: è stato costituito un polo mondiale dell’olio made in Italy anche se la proprietà è in mani messicane, perché questa è la nazionalità dei principali azionisti di Cuetara. La stessa Cuetara che ora intende collocare sul mercato «circa il 25% delle attività italiane nell’olio d’oliva». Lo scopo: ricavare dall’operazione circa 250300 milioni di euro. Secondo Federico Vecchioni, presidente di Confagricoltura «L’acquisizione dei principali asset italiani nel settore dell’olio d’oliva da parte del gruppo Sos Cuetara deve far riflettere non solo sull’impossibilità o sull’incapacità dei grandi o medi gruppi italiani di effettuare l’operazione. Ma anche sull’incapacità del nostro sistema finanziario, a cominciare dalle banche, di aggregare le risorse per fare un’acquisizione che era molto cara». Poi aggiunge: «Il paradosso è che lo sviluppo mondiale di un business figlio di una cultura mediterranea e che ha bisogno di forti investimenti in marketing e comunicazione è affidato ad una società a controllo messicano». In ogni caso la strategia delle dismissioni dei marchi di Unilever in Italia non è terminata. Ad essere in vendita è infatti anche la Santa Rosa, un’azienda molto conosciuta nel settore delle marmellate e delle conserve di pomodoro. Ed anche un brand per cui l’azienda ha confermato ufficialmente l’intenzione di procedere alla cessione. E di «valutare l’interesse di potenziali acquirenti, poiché il marchio non è nel core business del gruppo». Fra i candidati a quest’ultima operazione ci sarebbero imprese italiane e straniere. A cominciare dal gigante svizzero Hero.