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27 dicembre 2008

Sardegna - L'industria brucia 21 mila buste paga




Cresce l'esercito dei disoccupati sardi. Nel terzo trimestre del 2008, i senza lavoro aumentano del 27%, a quota 16 mila unità. L'incremento - come sottolinea il Centro studi dell'Unione Sarda - è di molto superiore a quello nazionale (+9%) e meridionale (+7%). A fotografare la crisi che si respira nell'isola è l'Istat (ndr vedi nota del Centro Studi Confindustria Sardegna). Una crisi che travolge soprattutto l'industria. Gli occupati del comparto manifatturiero, nel secondo trimestre 2008, raggiungono 120 mila unità, ma erano 141 mila nell'analogo trimestre del 2007 (21 mila addetti in meno). Anche rispetto all'anno precedente (al 3° trimestre 2007) la perdita è di 21 mila unità.

L'EDILIZIA E se la passa male, nel comparto industriale, soprattutto l'edilizia: c'è un calo di 11 mila persone nel confronto col trimestre precedente. Il paragone anno su anno non migliora di molto il risultato: sono 9 mila gli occupati in meno. «Purtroppo le difficoltà delle imprese edili si stanno abbattendo sui lavoratori», commenta Giovanni Battista Idda , presidente regionale della Confartigianato edilizia. «Ed è un cane che si morde la coda. Un esempio? La chimica che lascia a casa 3.500 persone si riflette sulle costruzioni. Chi ha perso il posto», ricorda Idda, «di certo non ha in mente di comprare o cambiare casa». Quali sono le soluzioni, allora? «Una passaggio fondamentale per sostenere l'economia e quindi il lavoro», prosegue Valentina Meloni , numero uno dell'Aniem Api sarda, «è certamente quello di sbloccare le risorse per le opere pubbliche. Anche gli incentivi fiscali possono essere utili ma non sono sufficienti: è necessario riavviare i cantieri per rimettere in moto l'economia».

I SERVIZI L'unica nota positiva dell'Istat è l'incremento dei servizi: rispetto a un anno fa la crescita è di 25 mila addetti. L'andamento si attesta su un +8 mila unità se si considera l'aumento sul secondo trimestre 2008. «Il miglioramento del terziario rispecchia un trend internazionale che va avanti da anni», evidenzia Massimo Putzu , leader regionale di Confindustria. «È vero che in questo comparto si trova il maggior numero di precari, ma è altrettanto vero che nei servizi ci sono aziende innovative, capaci di creare sana occupazione». In generale, però, il tasso di disoccupazione nell'isola resta alto: al 10,8% rispetto all'8,7% di un anno fa.

L'INDUSTRIA Ma il vero malato è l'industria. «I numeri dell'Istat confermano il timore di un arretramento significativo del nostro sistema produttivo», sottolinea Giovanni Matta , segretario regionale della Cisl. «Il calo degli occupati nel settore industriale raggiunge il dato più consistente degli ultimi tempi e si somma all'aumento della cassa integrazione straordinaria, che nel 2008 è cresciuta del 40% sul 2007, con oltre 1.600.000 ore in più rispetto allo scorso anno».
Secondo Matta, le statistiche «dimostrano che ormai non è possibile indugiare oltre nell'approntare politiche strutturali in grado di affrontare la crisi finanziaria che incombe sull'economia italiana: in modo particolare sul debole sistema sardo. Soprattutto, occorre difendere l'industria», aggiunge il sindacalista, «agendo sui fattori che generano diseconomie e ostacolano l'insediamento di nuove intraprese». I costi di «energia e trasporti» sono poi «i due elementi da aggredire con forza unitamente al miglioramento del sistema infrastrutturale materiale e immateriale». Molto preoccupato anche Giampaolo Diana , segretario generale della Cgil sarda. «Stiamo rischiando il collasso dell'economia: la crisi sta mettendo in ginocchio le piccole imprese. È indispensabile che il governo e la Regione mettano in campo politiche anticiliche, a sostegno dei redditi e della produzion».

LA REGIONE Infine, le critiche. «Purtroppo», conclude Matta, «non sono questi gli argomenti che assillano la politica regionale, preoccupata invece di altre questioni». È sulla stessa linea Francesca Ticca , segretario generale della Uil Sardegna: «La Regione non ha messo in campo un piano sulle politiche attive del lavoro e oggi ne paghiamo le conseguenze».