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9 giugno 2007

Il "Made in Italy" svilito dalle logiche delle multinazionali

Nella pianificazione delle politiche economiche dei Governi e delle Istituzioni sovranazionali sta emergendo una forte tendenza alla globalizzazione che rischia di colpire e di danneggiare il "Made in Italy" . Una constatazione che deriva non solo dall'atteggiamento dei Governi dinanzi ai tentativi di incursione del mercato nazionale e di appropriazione dei marchi italiani, ma anche dalla visione del marchio italiano da parte degli investitori esteri. I marchi del "Made in Italy" oggi sono sinonimo di un prodotto con alto rapporto prezzo-qualità, rafforzato dal prestigio e dalla esclusività dei processi produttivi, tuttavia vengono allo stesso tempo messi in discussione e continuamente attaccati con tentativi di delegittimazione del "marchio" o di contraffazione. I controlli e le etichette per certificare la provenienza dei prodotti hanno dato tuttavia un risultato paradossale, in quanto oggi rischiano di nuocere il "Made in Italy" stesso, in quanto vi sono spesso degli elementi che vanno a privare di tale denominazione delle società italiane che sono state acquistate dalle multinazionali e che, per questo motivo, hanno impostato la loro produzione secondo delle logiche di globalizzazione. La nuova normativa europea sulla etichettatura degli alimenti potrebbe infatti compromettere il marchio "Made in Italy" per la produzione dell'olio extravergine che fa capo ad alcune società italiane oggi controllate dai grandi marchi. È ciò che si può constatare dalle analisi dei media internazionali, che fanno elegantemente notare che, una volta introdotta la normativa europea dell'etichettatura dei prodotti, si potrebbe arrivare a scoprire che solo il 30% dell'olio venduto come "Made in Italy", è in realtà proveniente da coltivazioni italiane. L'attuale normativa permette che ciò accada in quanto si afferma che l'olio subisce in Italia un processo di raffinazione della materia prima e dunque di successiva lavorazione che consente di conservare questa denominazione. Se tuttavia, le norme europee imporranno la semplice dichiarazione della provenienza della produzione, la sola lavorazione successiva della materia prima non basterà a far conservare a quel prodotto il prestigio che deriva dal "Made in Italy ".
Nel nuovo rapporto, infatti, pubblicato dal Ministro dell'Agricoltura italiano, Paolo De Castro, si precisa infatti che le etichette devono dichiarare il Paese in cui sono stati coltivati gli ulivi e dove è avvenuta la spremitura, indicando così i vari paesi di origine delle miscele. Si riuscirebbe a cautelare in un certo senso le piccole imprese artigianali, ma non i marchi italiani che, sono stati nel tempo acquistati dalle multinazionali, come la Bertolli, di proprietà della Unilever, Carapelli, Cirio e altre che si vedrebbero tolta la denominazione di "Made in Italy". Lo stesso discorso si può per analogia traslare su altri prodotti attualmente definiti italiani, come la salsa di pomodoro, prodotta dalla trasformazione di pomodori per lo più importati, la mozzarella, anch'essa ottenuta spesso da paste di importazione, il vino, il miele, la pasta. Così facendo, si andrà a colpire quelle società che abusano di tale denominazione, ma si danneggerà anche l'universo del "Made in Italy ", se la produzione di alcuni prodotti italiani perderà il suo marchio che possiede ma molto tempo.
Questo accadrà perché il concetto stesso di "Made in Italy" non è ben concepito ed elaborato e viene spesso interpretato in maniera restrittiva: esso invece rappresenta la ricchezza stessa dell'Italia, è il motore del PIL e dell'economia dell'esportazione. Tale aspetto non viene spesso dovutamente considerato e incentivato dal Governo e dall'Istituzioni italiane che preferiscono invece puntare su quella che amano definire "l'Italia Multinazionale", ossia un'Italia che si apre agli investitori esteri e di avventura in investimenti diretti esteri. In realtà il "Made in Italy" non è oggi nelle mani delle società italiane divenute multinazionali, ma è nelle mani delle piccole imprese, dei distretti, delle reti di aziende, che hanno ottimizzato i loro processi e producono il vero prodotto italiano. La ricchezza del settore della moda, non è nel marchio e nella griffe, ma è nella filiera di qualità, di produzione e di ricerca del settore tessile italiano. Allo stesso modo il settore delle calzature, ha il suo motore nei distretti conciari e artigianali che servono poi le grandi marche. Su di loro occorre investire, secondo gli analisti più attenti, e su di loro che può basarsi lo sviluppo del "Made in Italy ", e non sui grandi marchi ormai globalizzati e privati di quella che è la italianità della produzione.

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